I due insegnamenti
La forza, o mio Re, tutto il corpo pervade. Usala in tutto, per ogni
parte di te: non usare la forza solo nella mente, usala nel cuore, usala
nelle braccia, nelle gambe, nel sesso, nella pancia. Mai solo nella testa;
la forza usata solo nella testa crea grande confusione.
Tutti considerano il lavoro della mente la cosa più importante,
ma prima è bene imparare il lavoro con le mani, con i piedi, con
il cuore, o mio Re.
Sulle rive del Grande Fiume, sorgeva una scuola dove i bimbi di tutti
i paesi, sin da lunga distanza, venivano ad imparare. In questa scuola
c’erano due insegnanti: uno veniva tenuto in grande considerazione,
l’altro era visto come un uomo semplice, di poco conto. Di solito
i bimbi delle famiglie più ricche e nobili venivano istruiti dal
primo insegnante, quelli delle famiglie più povere dal secondo.
E fu così che da un villaggio distante tre giorni dalla scuola
partirono insieme, per comodità, ma non perché appartenenti
allo stesso ceto, due bimbi della stessa età: il primo era figlio
del capo del villaggio, che riponeva in lui grandi aspettative; il secondo
era figlio del suo stalliere. Partirono insieme e raggiunsero la scuola.
La scuola stessa era su due piani diversi, uno più in alto e uno
più in basso; ma da tutti e due i piani si vedeva il Grande Fiume.
Quando i due fanciulli arrivarono nella scuola, si divisero, andando ognuno
su di un piano diverso. Il grande insegnante faceva ore e ore di lezione
ai bimbi: li metteva tutti in cerchio, parlava loro delle cose della vita,
degli dei, delle scritture, faceva loro imparare a memoria le poesie e
i saggi. Gli allievi passavano tutta la giornata seduti ad imparare, a
scrivere, a studiare, a leggere.
Nell’altra scuola ci si alzava all’alba e per prima cosa si
faceva tutto quello che serviva a prendersi cura di sé: si preparava
la colazione, si lavavano le vesti e il corpo. L’insegnante era
una persona particolare, alcuni volevano anche cacciarlo per questo. Egli
non proferiva quasi mai parola, semplicemente mostrava col suo esempio
e gli allievi dovevano fare altrettanto. E così imparavano a cucire
le vesti, imparavano a cercare l’acqua dei pozzi, imparavano le
cose della vita quotidiana; solo la sera, quando il sole andava sul calare,
l’insegnante si metteva al centro di un cerchio fatto dai suoi allievi
e raccontava una storia.
Passarono cinque anni e per i due bimbi, ormai cresciuti, giunse l’ora
di tornare al villaggio di origine. Accompagnati da un servo, si affiancarono
ad una carovana ed andarono, entrambi orgogliosi dell’insegnamento
ricevuto. Ma alcuni predoni, che provenivano da est, assalirono la carovana,
razziarono vesti e viveri e uccisero tutti. Solo i due fanciulli si salvarono,
perché, nascosti dietro un carretto rovesciato, non furono notati.
A questo punto, vedendo ogni cosa distrutta, furono colti da sgomento
e da sconforto, essendo il viaggio verso casa ancora così lungo.
Il figlio del capo del villaggio era disperato, non capiva come avrebbero
potuto fare a non morire di fame e di sete nel deserto, mentre l’altro,
pur preoccupato, cominciò a ragionare. Per prima cosa costruì
un riparo per il sole cocente; poi si sedette ad osservare attentamente
gli uccelli, per vedere dove fosse possibile andarsi ad abbeverare. Da
una pelle di animale ricavò quattro calzari, un paio per ciascuno,
che rendessero possibile camminare nel deserto. E così pian piano,
passo dopo passo, condusse l’amico sulla via di casa. Il viaggio
fu più lungo che all’andata e tutte le sere, ricordando una
delle storie che il suo maestro gli aveva insegnato, la raccontava per
tenere alto, oltre al corpo, anche lo spirito. Nel villaggio, i padri
erano stati informati della distruzione della carovana e disperavano di
vedere i figli ritornare. Quando finalmente, dopo molti giorni, i due
ragazzi arrivarono, tutto il villaggio si fece loro attorno felice a festeggiarli.
Il capo villaggio prese suo figlio e disse: “Sei un grande figlio,
sei ritornato da una così grande sventura; è un onore essere
tuo padre”. Mentre tutti i festeggiamenti erano rivolti al figlio
del capo villaggio, l’altro fanciullo fu lasciato un po’ in
disparte. La notte una grande luna brillava nel cielo e il figlio dell’uomo
ricco pensò all’accaduto. La mattina dopo, quando i festeggiamenti
dovevano proseguire, egli si alzò, si vestì, prese un bel
mantello e un bel copricapo e si incamminò verso la piazza, dove
tutto il paese si era riversato. In mezzo alla folla egli vide il suo
compagno di viaggio, lo prese per mano e lo portò sul palco dove
una sontuosa sedia era stata preparata. E a voce alta, in modo che tutti
potessero udire, gli disse: “Siedi tu sulla mia sedia”. Gli
diede il mantello e il copricapo; poi si avvicinò al padre, che
guardava perplesso, e disse: “Padre, non tutto quello che appare
è, ma spesso quello che non appare è. Tu hai scelto per
me il maestro più grande; io non sono cresciuto grazie a questo
maestro. Io sono diventato deforme, ho fatto crescere solo una parte di
me.” E portandolo vicino al suo compagno, disse: “Vieni, inchinati
a lui; il suo maestro sembrava stupido, ma gli ha dato il cibo giusto
per nutrire ogni parte del suo corpo.” E così si inginocchiò
davanti all’altro fanciullo.
Ricorda, o mio Re: non sempre quello che appare è, e tante volte
quello che è non appare. Quello che sembra il cibo migliore può
far crescere solo una parte di te, tanti diversi cibi più o meno
buoni possono far crescere tutte le parti di te. Il corpo che abbiamo
in questa nostra vita non è meno importante della nostra mente;
ricordalo, o mio Re.
E non porteremo in un altro viaggio le stesse cose, se queste non vengono
da tutto quello che siamo, o mio Re. Non esiste la parte umile e la parte
nobile, non dentro di noi. Dentro di noi tutto è anche altro. è
dalle piccole cose umili di tutti i giorni che il tuo spirito può
levarsi alto nel cielo. Non nutrire solo una parte di te, questo porterà
confusione e il tuo spirito non potrà muoversi ed elevarsi sopra
la terra dove scorre il Grande Fiume. Ricordalo, o mio Re.

Riflessione del Re
L’insegnamento avviene attraverso la totalità delle esperienze.
Ma è anche necessario avere occhi e orecchie per apprendere. La
vita è la grande maestra, ma si può vivere mille anni e
non imparare nulla.
Procedere in base a interessi comuni può continuare solo sino ad
un certo punto.
Solo se è avvenuta una vera crescita interiore si può avere
comunanza di intenti. Altrimenti, dove cessa l’interesse, cessa
anche la solidarietà.
è importante, nel cammino per aumentare la propria consapevolezza,
seguire la propria via, staccarsi dall’automatismo delle fazioni
umane per poter conservare quella libertà interiore che permette
ad ognuno di progredire.
Perseverare nell’arroganza, anche se retta dalla conoscenza e dalla
buona fede, conduce lontano dall’obiettività.
Attraverso l’esempio, rallegrandoci e rimanendo centrati e lontani
dalle emozioni negative, collaboriamo affinché, in noi e nelle
persone con cui stiamo viaggiando, si crei un’energia tale da poter
affrontare meglio qualsiasi avversità. Se vedi di più, hai
anche più responsabilità rispetto agli altri e attraverso
l’esempio aiuti gli altri ad aiutarsi vicendevolmente.
L’apprendimento è differente dall’accumulare informazioni.
Quando la mente è fresca, giovane, non condizionata, essa funziona
armonicamente, con emozioni e corpo. Tutto, ogni tipo di esperienza diviene
apprendimento, è viva e vibrante, esattamente come viva e vibrante
è la realtà, il presente. Per questo nei bimbi si percepisce
qualcosa che nell’adulto è andato perso: la capacità
di apprendere. Quando si entra nel condizionamento, nell’ipnosi
del precostruito, tutto si rallenta o, per l’esattezza, tutto è
in differita dal presente, mediato: è come vivere dentro un album
di fotografie. Iniziamo ad accumulare, non c’è più
il rischio interiore del cambiamento, la capacità di apprendere
muore. Insegna ai tuoi figli il non condizionamento, la maniera per mantenere
viva la curiosità e la capacità di apprendere in modo da
formare adulti con un’intelligenza e una gioia interiore espansa
e in movimento, non dei bambini immobili, pieni di ego, imbalsamati in
qualche falsa personalità, degli storpi con il complesso di onnipotenza
o di inferiorità.
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